
Ricordo esattamente due anni fa, la terra aveva tremato per qualche secondo. Niente di straordinario da queste parti, in Friuli: si finisce per farci l'abitudine. E' la latitanza a farsi presenza, a preoccupare davvero.
Il terremoto del 1976 invece fu una festa. Noi bambini avevamo una tenda enorme tutta per noi, non si andava a scuola, si restava svegli fino a tardi, i grandi a confabulare tra loro lasciandoci liberi di rotolare in mezzo all'erba e di picchiarci a sangue: come vivere in campeggio dentro la città. Io non mi spaventai neppure quando ci fu la prima scossa, quella che sembrava non finire mai.
Ricordo che mia madre aveva l'abitudine di farmi addormentare dondolandomi il letto. Per un lungo momento ho continuato a dormire tranquilla, finché ho aperto gli occhi e mi sono accorta che nella stanza non c'era nessuno. Mio padre è piombato in camera un istante prima che lo stupore si trasformasse in terrore, è stato un attimo.
Ricordo che due anni fa fu diverso, mi spaventai moltissimo. Eppure non ci furono danni, niente, un piccolo casché senza inciampi. Mi fece paura il rumore, il boato che arriva da un punto imprecisato sotto ai tuoi piedi. E' la terra che ruggisce in qualche modo, ti dice spostati ché mi dai fastidio, mi pesi, mi annoi. E questo ti fa riflettere. Sul fatto che siamo delle cosette piccole incapaci di restare infisse nella terra, che siam peggio delle carote. E che non c'è più nessun campo in cui rotolarsi e che non mi piacciono più i campeggi e che se dormo per terra una notte soltanto la mattina dopo devo torcermi il collo manualmente e che la prossima volta potrei finire tra i grandi a confabulare fuori delle tende mentre i bimbi dormono. E, scusate, non mi va.
(Ricordo di
Fainberg)